Recensione Sei gradi di separazione – Regia di Fred Schepisi

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Recensione Sei gradi di separazione – Regia di Fred Schepisi

Sei sono i gradi che ci separano, secondo una nota teoria sociologica, da qualunque altro individuo sulla faccia della terra. 5 intermediari, non casuali, permettono a due soggetti apparentemente distanti per rango sociale e background culturale di intersecarsi, con un reciproco scambio di linfa vitale e la scoperta di insospettabili affinità elettive. Così un’anonima maestra d’asilo che -inconsapevolmente- istruisce piccoli Matisse affascina il mercante d’arte ingessato e un po’ snob, e un nero spiantato e disilluso, che sbuca fuori di notte, da un portone alla periferia del mondo, diventa il figlio prediletto della coppia dell’alta società, talmente ricca e in vista da temere complotti e passi falsi da parte di chiunque vi orbiti intorno. C’è una linfa, un’energia creatrice che scorre nel sottobosco delle nostre vite, che ci rende tutti affini e ci permetterebbe una maggiore compenetrazione reciproca, ed un maggiore godimento, se solo fossimo capaci di lasciarci trasportare dal caos degli eventi e di accogliere il disordine, l’entropia, come un dono del cielo. Ci riesce perfettamente Paul Poitiers, affascinante ragazzo di colore e sedicente figlio d’arte, che entra di prepotenza nel lussuoso appartamento dei rigidi Kittredge e allestisce un racconto fantasioso sulla sua vita,per accattivarsi la loro simpatia. Tutte menzogne, facilmente smascherate, che però gli conferiscono un aspetto avventuroso e colto, da uomo di mondo, che seduce la coppia snob che non perde occasione di sottolineare che i propri figli studiano ad Harvard. Paul Poitiers irrompe nella vita monotona, nella casta chiusa, gretta e venale dei Kittredge, mostrando loro che spesso le facce degli altri sono le nostre, e che l’umanità è una serie infinita di specchi che riflettono lo stesso volto, lo stesso vissuto, le stesse frustrazioni. Poco spazio è lasciato dai coniugi all’immaginazione, serate programmate, arte monetizzata, l’incubo dei debiti. Ma il Cezanne di cui vogliono alla svelta liberarsi per fare soldi ha due facce, e quando Ouisa- grazie a Paul- ne scopre il lato caotico, è la fine (o forse l’inizio?). Riconosce l’importanza dell’esperienza vissuta e in un lampo di lucidità pianta in asso il marito con cui scopre di essere “male assortita”. Tradisce così la casta con le sue degenerazioni (figli pseudo-intellettuali ma razzisti e classisti come non ci si aspetterebbe da quella generazione) fuggendo serena in direzione dell’ignoto.

Scritto da Vanessa G.

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