Recensione Maps to the Stars – Regia di David Cronenberg

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Recensione Maps to the Stars – Regia di David Cronenberg

Un film complesso, sfaccettato immaginifico, la cui cifra non si esaurisce nella critica ad una Hollywood senza scrupoli, avida, che divora e consuma i suoi figli dopo averli partoriti, che condanna le sue stelle al fuoco dell’oblio dopo un’ascesa vertiginosa o le relega ai margini del suo mondo fatato, costringendoli alla frustrazione, con l’accusa di non essere all’altezza, dei padri, dello spettatore, delle attese dello show-biz. Un mondo dove a 13 anni si è già troppo vecchi, dove solo gli psicofarmaci aiutano a sopravvivere e alla cui morsa letale non sfugge lo spietato cinismo né il puro conformismo. L’ossessione per il corpo, la pelle, la bellezza, la promiscuità sessuale, non sono gli unici prodotti di questo mondo solo apparentemente sgargiante, che ad una vista più acuta appare ricoperto di melma, la stessa che tuttavia i suoi sostenitori all’esterno si affannano a recuperare, ad odorare/adorare. Hollywood è anche un luogo della coscienza, un set allucinato ed allucinante dove i fantasmi del passato riemergono nel momento meno opportuno, inaspettati, quando tutto sembra sereno e l’ego sembra avere fagocitato il mondo e le sue insidie. I fantasmi riemergono sotto forma di bambini morti prematuramente, strappati violentemente alla vita per un tragico destino. Un film complesso dicevo, e psicanalitico, dove l’infanzia è il luogo dove si vive per tutta la vita, culla di misteri irrisolti e di rapporti coi padri tormentati, ma anche profondamente ambigui. La coscienza è per definizione il luogo dell’inganno e della mistificazione esattamente come Hollywood, dove Havana Segrand crede fino alla morte di avere subito un abuso dalla madre, forse per nascondere a sé stessa la verità più dolorosa, un incendio appiccato di proposito, per liberarsi da una madre invidiata, ammirata e detestata, più bella e più famosa, una madre scomoda che mette in ombra i propri figli, li consuma e li conduce alla follia. Così l’incesto immaginato (e desiderato?) simboleggia una disperata volontà di identificazione, una mistificazione operata dalla mente per sopravvivere al senso di colpa, che ritorna comunque inesorabile a chiedere il suo riscatto. Anche i genitori di Benjie, professionisti affermatissimi, si liberano del proprio fardello innominabile escludendo dalla propria vita Agatha, figlia degenere e maledetta. Ma il nome parlante (Agatha=persona valente, onesta) suggerisce allo spettatore, come nella mitologia greca, che forse la ragazzina subdola e ambigua che ritorna dagli abissi dell’oblio per “fare ammenda” non è il mostro che i genitori vogliono (far) credere di avere generato, ma l’ennesima vittima di un inganno della coscienza, un agnello sacrificale trasformato all’occorrenza in carnefice, ancora una volta per quietare i sensi di colpa ed occultare lo scandalo dell’incesto (stavolta vero!)  Neppure la moderna psicanalisi del guru Stafford Weiss, un po’ zen e molto improvvisata, riesce a vincere contro le nevrosi, le fobie, le manie di perfezione e di persecuzione che accompagnano l’uomo dalla sua genesi, lasciando al fuoco catartico il compito di bruciare tutto , ma non per annullare bensì per espiare e permettere al ciclo di vita e morte di ricominciare da capo. L’eterno ritorno ciclico del dolore caratterizzato dal finale chiude un cerchio, perfetto e irriducibile come solo la natura sa essere, un cerchio dorato come l’anello che fratello e sorella indossano per sfuggire proprio a quel dolore e raggiungere l’agognata libertà, che solo la morte può dare.

Scritto da Vanessa G.

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