Recensione Birdman – Regia di Alejandro González Iñárritu

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Recensione Birdman – Regia di Alejandro González Iñárritu

La vita è solo un’ombra che cammina, un povero attorello sussiegoso che si dimena sopra un palcoscenico per il tempo assegnato alla sua parte, e poi di lui nessuno udrà più nulla: è un racconto narrato da un idiota, pieno di grida, strepiti, furori, del tutto privi di significato…questa la cifra implacabile della vita di Riggan Thomson, dell’ascesa materiale e declino spirituale di un attore costretto a recitare all’infinito il suo stesso fallimento, prigioniero di una “miniatura”, di un claustrofobico mise en abime che lo conduce a desiderare gli spazi aperti e le ali del suo lucido e disincantato alter ego. Nell’unico e asfittico piano sequenza lungo più di due ore, vita e arte si intrecciano e si confondono, i corridoi asettici che collegano il palco ai camerini si addentrano nelle profondità dell’anima, dove non ci sono solo segreti, ma aleggia anche una costante, sempre uguale e prevedibile: il bisogno di essere amati, di ricevere l’apprezzamento, l’applauso, l’encomio pubblico. Di cosa parliamo quando parliamo di amore?- si chiede Carver, ma ci chiediamo un po’ tutti. Parliamo dell’innata esigenza di contare qualcosa nel mondo, di avere un peso, di essere ricordati in vita e rimpianti dopo il nostro passaggio. L’amore che pretendiamo è l’ego che non si accontenta di essere un puntino insignificante  all’interno di una storia millenaria, che pure si srotola infinita davanti ai nostri occhi e ci mostra quanto siamo piccoli, e quanto patetici siano i nostri tentativi di saltare all’occhio, di essere straordinari ed eccezionali. Riggan Thomson, che è anche Michael Keaton che è anche Batman, non si rassegna alla sua popolarità “cuginetta zoccola del prestigio”, si trova mediocre, si sente mercenario. In un’odissea allucinata verso la libertà, alla ricerca costante dell’affermazione del proprio ego, si libera di un’etichetta per farsi imprigionare da un’altra, da attore di blockbuster a pseudointellettuale che si vende ad un pubblico di nicchia, rimanendo pur sempre schiavo. In un paradosso da cui non riesce a venire a capo, diventa una barzelletta suo malgrado, un attoruncolo che strepita e si dimena alla ricerca di una patetica autoaffermazione, prigioniero del suo stesso tentativo. La mediocrità non è un peccato veniale, prova a suggerirgli la figlia, improbabile deus ex machina, che a sua volta scopre grazie al nichilista Edward Norton che proprio la nostra pochezza ci rende speciali…che ci si può drogare, o scarnificare, o punire per la propria inettitudine, ma questo non ci renderà mai nullità, mai invisibili. Potremmo decidere di vivere ai margini del mondo, della società, lontani dalle luci dei riflettori, ma saremmo comunque speciali e comunque unici, perché l’essere umano lo è. Quel puntino infinitesimale nella storia dell’uomo è comunque irripetibile, è una candela che brucia da due lati e che lascia traccia del suo passaggio, comunque decida di impostare il proprio percorso. I social network, twitter, facebook e la tv costringono a cercare l’amore nell’ammirazione, nell’affermazione individualista di se stessi, del proprio successo, ma di cosa parliamo veramente quando parliamo d’amore? L’amore è l’uomo che in un letto d’ospedale si strugge perché non può vedere il volto della moglie, l’amore è paziente ed aspetta, e basta un piccolo gesto a colmare anni di assenza di un padre o le bugie di un marito. Ma l’imprevedibile ignorante non sembra infine volere accettare la verità, e con un salto teatrale decide di uscire di scena con le ali, da supereroe, ‘ché la normalità evidentemente non gli si addice.

Scritto da Vanessa G.

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